Senza Consenzo Cap8
Impalatore74
Lei non oppose resistenza. Il corpo era pesante, le articolazioni dure, la testa bassa. Tremava ancora di piccoli spasmi residui. Ogni buco era aperto, rosso, pieno di quello che le avevano lasciato dentro.
Il Diavolo prese lo scopino del cesso.
Era quello usato. Setole dure, manico lungo, ancora umido e sporco.
Le aprì le natiche con una mano e conficcò lo scopino nel culo già disfatto. Le setole raschiarono le pareti interne. Lui lo girò, lo spinse più a fondo, lo ritirò e lo rinfìlò con movimenti lunghi e meccanici. Lei emise solo un suono basso, stanco. Non si chiuse. Non lottò.
Quando lo estrasse, era lucido di sborra e di altro.
Lo conficcò subito nella fregna.
Le setole strofinarono il clitoride già tormentato. Lui lo mosse avanti e indietro, ruotandolo, raschiando. Un orgasmo debole e lungo le arrivò mentre veniva pulita in quel modo: le cosce tremarono, un filo di liquido le uscì intorno allo scopino. Lei non cercò di allontanarsi. Si limitò a restare aperta mentre lo strumento le entrava e usciva.
Poi glielo cacciò in bocca.
Le setole le raschiarono la lingua, il palato, la gola. Il sapore era acre, misto a tutto quello che aveva già preso. Lui spinse fino a farle gonfiare le guance. Lei non chiuse i denti. Lasciò che la pulisse anche lì, finché saliva e residui non le colarono dal mento.
Lo scopino passò di nuovo da un buco all’altro.
Culo.
Fregna.
Bocca.
Poi di nuovo il culo.
Ogni passaggio era più meccanico del precedente. Lei non reagiva quasi più. Solo qualche contrazione, qualche piccolo spasmo quando le setole strofinavano i punti ancora sensibili. Il corpo si era arreso del tutto.
Quando ebbe finito, il Diavolo buttò lo scopino da parte.
La sistemò a quattro zampe con un calcio secco tra le scapole. Le ginocchia batterono sul legno sporco. Le aprì le natiche e conficcò un dilatatore spesso nel culo appena raschiato. Lo spinse fino in fondo e lo bloccò. Poi le aprì le labbra della fregna e ne inserì un secondo, più largo, che le tenne spalancata. I due strumenti restarono conficcati, pesanti, impossibili da espellere.
Le legò i polsi dietro la schiena, così non poteva usare le mani.
Posò due ciotole di metallo davanti al suo muso.
Una con acqua.
Una con cibo informe, freddo, mescolato.
Lei restò ferma a lungo, ansimante, i dilatatori che le tenevano aperti entrambi i buchi. Alla fine chinò la testa. Leccò l’acqua. Poi la sbobba. Il sapore era indifferente. Il corpo aveva smesso di protestare. Ogni tanto un piccolo spasmo le attraversava il basso ventre quando i dilatatori premevano, e un filo di liquido le colava lungo le cosce. Non era più un orgasmo vero. Era solo il corpo che reagiva per abitudine.
Il Diavolo la osservò mentre mangiava.
Non c’era più una donna.
C’era solo una femmina esausta, a quattro zampe, con i buchi tenuti aperti da pezzi di plastica, che leccava da una ciotola perché non aveva altro modo di nutrirsi.
Quando ebbe finito, lei non si mosse.
Restò carponi, la testa bassa, i dilatatori conficcati, un filo di saliva e di cibo che le colava dal mento.
Il Diavolo spense la luce principale e lasciò solo una lampadina debole accesa sopra di lei.
Uscì senza voltarsi.
Lei rimase esattamente dove l’aveva messa, come un animale che aspetta il prossimo ordine, o il prossimo uso, o semplicemente niente.
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